Categoria
Home > Editoriali > Una via contrattuale al salario minimo legale (di Roberta Bortone)

Una via contrattuale al salario minimo legale (di Roberta Bortone)

Condividi

In un articolo apparso sul Fatto Quotidiano del 4 settembre scorso, Piergiovanni Alleva difende l’idea di introdurre per legge un salario orario minimo di 9 Euro lordi, soprattutto rispondendo a quanti affermano che i lavoratori delle categorie i cui contratti collettivi prevedono retribuzioni inferiori, sarebbero spinti ad agire in giudizio contro i datori di lavoro e a far dichiarare nulli i contratti in questione. Alleva sostiene infatti che “non v’è alcuna ragione che quei timori si realizzino né che scoppi una “guerriglia giudiziaria” per l’ottimo motivo che le parti sociali, che hanno stipulato quei contratti collettivi, continueranno ad avere tutto il potere e la possibilità di evitarla”.

Ma siamo sicuri che quello cui risponde Alleva sia il vero motivo di resistenza all’introduzione del salario minimo legale, così come adombrata finora? O le ragioni sono più complesse?

Come ho detto più volte, dal 1948 in poi si è creato un indissolubile legame tra il principio di retribuzione minima garantito costituzionalmente e la contrattazione collettiva, e attraverso questo intreccio si è evitato di utilizzare meccanismi di tipo legislativo o amministrativo per individuare il salario minimo, a differenza di quanto capita in altri Paesi.

Non voglio addentrarmi nel tema dei contratti collettivi cosiddetti “pirata”, stipulati da finti sindacati per stabilire retribuzioni più basse di quelle previste dai contratti stipulati da CGIL, CISL e UIL, perché si tratterebbe di discutere dell’urgenza di una legge sulla rappresentanza sindacale. Mi limito a discutere dei contratti collettivi “sani” e di salario minimo legale.

Da sempre si è detto che rinviare alla contrattazione collettiva la determinazione dei minimi retributivi è meglio di una loro determinazione legislativa o amministrativa, perché in questo modo si affida alla valutazione flessibile delle parti sociali la loro sostenibilità nei differenti comparti produttivi. Infatti non bisogna dimenticare che i minimi retributivi devono essere comunque sostenibili dalle imprese marginali del settore, altrimenti si rischia di farle chiudere.

Tornando alla proposta discussa da Alleva, si può essere certi che un salario orario minimo di 9 Euro  sia sostenibile dalle aziende marginali dei settori nei quali la contrattazione collettiva prevede minimi più bassi?

Non sarebbe meglio allora che i salari minimi continuassero ad essere stabiliti dai soggetti che meglio conoscono i singoli settori?

In sostanza si tratterebbe di introdurre una legge che imponesse come retribuzione minima quella stabilita dai contratti collettivi stipulati dai sindacati comparativamente più rappresentativi. E in questo modo si supererebbero anche i problemi legati sia alla rappresentatività sindacale e ai c.d. contratti pirata.

Top
css.php