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Una rilettura di Karl Polanyi

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La maledetta pandemia da Covid-19 con la quale ci troviamo a fare i conti mette in discussione alcuni fondamenti su cui poggia l’assetto economico globale. La chiusura delle frontiere, la pesante crisi economica derivante dall’interruzione di molte attività e una rinnovata attenzione ai temi ambientali ci inducono a una riflessione sui modelli capitalistici di sviluppo fondati sul consumismo, che abbiamo seguito finora.

Proprio in questa prospettiva segnalo un interessante volume curato da Mirella Giannini, dedicato a “Polanyi o la socialità come antidoto all’economicismo”, appena pubblicato da Jaca Book nella collana “I precursori della decrescita” diretta da Serge Latouche.

Karl Polanyi è stato un intellettuale di difficile classificazione: vissuto tra il 1886 e il 1964 in Ungheria, Austria, Regno Unito e Stati Uniti, può essere considerato sociologo, antropologo, filosofo ed economista allo stesso tempo, come accade per le menti capaci di coniugare diversi punti di vista, e ora Mirella Giannini ce ne propone una rilettura che mi sembra particolarmente attuale in considerazione della pandemia alla quale ho accennato.

L’Autrice ha selezionato una serie di scritti di Polanyi e li raccoglie in cinque gruppi di pensiero: il mercato e le merci fittizie, la questione del dis-embedding [dis-innesto] dell’economia di mercato, come uscire dalla società di mercato e liberarsi dalla cultura economicista, l’economicismo come illusione, e infine il legame sociale nella società libera.

Già dalla sequenza di argomenti suggerita  è evidente il percorso seguito da Giannini nel presentarci Polanyi e proprio le pagine scritte da lei mi sembrano di particolare interesse.

Giannini parte dal presupposto che la cultura economicista sia uno strumento di dominio del capitalismo e mette in evidenza come Polanyi prospetti una “società nuova, costruita sull’umanesimo, su un’umanità liberata dall’inganno economicista, così come la possibilità comunitaria,  basata sui bisogni della vita quotidiana e sull’interdipendenza degli individui”.

Si tratta in sostanza del nuovo umanesimo che è alla base dell’idea di decrescita e che emerge in modo dettagliato dalle considerazioni successive.

Il mercato autoregolato non esiste e il mercato che agisce come istituzione autonoma diventa il principio ordinatore della società – che trasforma nelle sue strutture relazionali – e finisce per distruggere gli esseri umani riducendoli a merci.

Secondo Giannini, tuttavia, non è vero che secondo Polanyi  le azioni solidali comunque presenti nella società portino a considerare il mercato “innestato” da economie plurali: Polanyi è semplicemente preoccupato dal dominio istituzionalizzato della logica di mercato e vuole dimostrare la trasformazione dei legami sociali in scambi economici e la distruzione della socialità a opera del mercato istituzionalizzato. Secondo lui invece il modello solidale è consustanziale alla natura dell’uomo e l’economia della sussistenza è quella più coerente con la stessa natura.

Non si tratta perciò di vera teoria della decrescita, perché lo sguardo di Polanyi è estraneo al relativismo su cui si fonda quella teoria: il suo pensiero corre piuttosto all’uomo che agirebbe “sempre come ‘naturalmente’ embedded nella condizione in cui la socialità è impregnata dei valori e della cultura comunitaria, e che con il dis-embedding dell’economia di mercato dai rapporti sociali finisce per essere ‘snaturato’. ”

Le conclusioni cui giunge Giannini sono particolarmente attuali: Polany ha preconizzato che l’illusione economicistica sia destinata a fallire  e che la dimensione umana della socialità tornerà a prendere il sopravvento e perciò sollecita la valorizzazione dei processi spontanei di difesa della socialità.

Nel mondo – forse utopico – verso il quale si indirizza Polanyi “la regola non è la scarsità ma la comunione dei beni, […] la vita e il lavoro sono antropologicamente connessi con i legami sociali, e la natura sfugge alla distruzione, anzi, al contrario, è rispettata come bene a disposizione di tutti”.

Queste conclusioni ci portano direttamente al momento attuale. Questa pandemia  apre scenari nuovi e  a mio avviso gli effetti a lungo termine potranno andare in due diverse e opposte direzioni: si potrebbe assistere a una rivoluzione dei modelli economici e all’instaurarsi di una nuova economia basata non più sul consumismo capitalistico, ma molto più solidale e rispettosa dell’ambiente e delle sue differenze: questa sarebbe la svolta che io prediligerei, ma so che nell’immediato comporterebbe effetti distruttivi sul tessuto produttivo e perciò sulle occasioni di lavoro e sui redditi dei lavoratori, sia subordinati sia autonomi.

La direzione opposta sarebbe un ritorno rafforzato al modello attuale di sviluppo al cessare dell’emergenza sanitaria, e purtroppo gli interventi statali e soprattutto europei sembrano andare proprio in questa direzione.

Ma la conclusione definitiva la individueremo solo quando ci saremo lasciati alle spalle questo periodo orribile.

 

 

 

 

 

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