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Alain Supiot: evoluzione della subordinazione e certezze discutibili

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Alain Supiot: evoluzione della subordinazione e certezze discutibili

Recensione al volume Alain Supiot, La sovranità del limite. Giustizia, lavoro e ambiente nell’orizzonte della mondializzazione, a cura di Andrea Allamprese e Luca D’Ambrosio, postfazione di Ota De Leonardis, Mimesis, Mila­no-Udine, 2020, pp. 216. La recensione è stata pubblicata sul n. 2 del 2022 di INDISCIPLINE – Rivista di Scienze sociali


Di Alain Supiot, giuslavorista francese, ci occupammo tutti noi interessate e interessati al mondo del lavoro (sia giuriste e giuristi, sia sociologhe e sociologi), più di venti anni fa, quando fu pubblicato il rapporto diretto da lui per la Commissione europea Au-delà de l’emploi – Transformations du travail et devenir du droit du travail en Europe (Flammarion, Paris, 1999; trad. it. Il futuro del lavoro, Carocci, Roma, 2003).

Si trattò di un primo tentativo organico di mettere a fuoco la grande difficoltà in cui si erano venuti a trovare tutti i Paesi europei nel disciplinare il lavoro, che negli ultimi anni aveva perso le sue caratteristiche originarie.

Infatti il Diritto del lavoro è nato ovunque agli inizi del ventesimo secolo, per regolamentare il lavoro nella grande impresa industriale e si applica pressoché esclusivamente al lavoro subordinato (o “dipendente”), dove la subordinazione – necessaria appunto per l’applicazione delle regole limitative nella gestione del rapporto di lavoro – è stata individuata per decenni attraverso riferimenti alle caratteristiche del lavoro prestato nelle aziende manifatturiere.

Tuttavia con l’evoluzione dei modelli organizzativi che hanno sostituito lo schema tayloristico accentuando la sfera di autonomia del lavoratore [uso volutamente il maschile perché l’idealtipo di lavoratore per il Diritto del lavoro è stato il lavoratore-maschio, adulto, inserito nella grande impresa industriale], i tratti tipici della subordinazione si sfumano e si amplia quella che viene definita “zona grigia”, alla quale non si sa se applicare o no la disciplina legale imposta dal diritto del lavoro.

A distanza di un ventennio Andrea Allamprese e Luca D’Ambrosio hanno deciso di pubblicare una raccolta di saggi scritti da Alain Supiot dopo la pubblicazione del rapporto comparato, fatta uscire per i tipo di Mimesis con l’intrigante titolo La sovranità del limite, ripreso dall’articolo che Supiot dedica a Simone Weil (p. 153 ss.).

Come accade di fronte a tutti i volumi che raccolgono saggi su temi diversi, non farò una recensione puntuale, ma mi soffermerò su alcuni aspetti che mi hanno colpita in modo particolare, all’interno di un’organizzazione del volume che i curatori italiani hanno suddiviso in tre principali piani di pensiero: “il fondamento e la funzione che Supiot attribuisce al Diritto (…), le dinamiche che contribuiscono alla marginalizzazione del diritto e della legge (…); le risorse, attuali e potenziali, che il diritto può – e deve – esprimere nell’ambito della ‹mondializzazione›” (p. 23).

Da giuslavorista inizio le mie considerazioni dalle riflessioni di Supiot sulla continua evoluzione della subordinazione: nella pratica attuale i lavoratori sono vincolati soprattutto al raggiungimento di un risultato, al punto che la loro attività non differisce molto dal lavoro autonomo – ad esempio – di un subappaltatore e secondo Supiot dovrebbe divenire fondamentale adeguare la politica retributiva a questa nuova “gestione partecipativa”  (p. 79).

Il diritto del lavoro ha reagito a questo “declino del potere datoriale discrezionale a vantaggio del potere funzionale” (p. 80) attraverso tre direttrici fondamentali: l’espansione degli obblighi di motivazione, l’emersione di diritti di consultazione e controllo da parte degli organismi rappresentativi dei lavoratori e il potenziamento del ruolo del giudice.

In definitiva Supiot osserva giustamente come ormai sia in crisi l’intera relazione binaria tra datore di lavoro e lavoratore perfino di fronte agli istituti di sicurezza sociale, al punto che si va espandendo un’area di Diritto del lavoro speciale, idoneo ad applicarsi proprio a quella che abbiamo definito come “zona grigia”.

Ma ciò che più conta, per l’Autore francese, è l’esistenza di strumenti di sicurezza sociale da lui definiti fin dal rapporto del 1999 come diritti di prelievo sociale, in grado di tutelare il lavoratore nei passaggi da un impiego all’altro, in una dimensione di mondializzazione sempre più accentuata nella quale dovrebbero svilupparsi nuovi meccanismi di solidarietà.

Tra i saggi raccolti , poi, trovo particolarmente interessante, in questo momento in cui cominciamo faticosamente a uscire dalla pandemia da Covid-19, quello dedicato ad analizzare il tema della verità scientifica e della verità giuridica. “È dal Diritto – scrive Supiot a p. 54 – che le verità giuridiche traggono la loro forza obbligante e non possono che essere rimesse in questione nella misura e con le forme previste dal Diritto. Mentre invece le verità scientifiche , che traggono la loro forza dalla conformità ai fatti, non hanno bisogno del Diritto per essere riconosciute, ma d’altra parte possono essere rimesse in questione in qualunque momento”.

E ancora: “Il Diritto consacra la scienza in due modi: da una parte organizzando la sua rappresentazione sulla scena istituzionale e, dall’altra, dando forza di legge ad alcune verità scientifiche” (p.55).

Queste parole appartengono ad un saggio pubblicato originariamente nel 2014 e mi chiedo se l’Autore avrebbe scritto le stesse cose oggi.

Premetto che da un punto di vista generale io addirittura contesto l’esistenza di “verità scientifiche”, ma soprattutto desidero mettere in evidenza come nella gestione della pandemia il rapporto tra scienza e diritto sia diventato oggetto di grande discussione se non, a tratti, di vero e proprio conflitto sociale, in quanto proprio l’evidente assenza di verità scientifiche e l’eccessivo affidarsi della politica al parere (meglio: ai pareri) della scienza hanno causato il formarsi di opinioni pubbliche contrastanti e spesso il diritto non è stato in grado di gestire adeguatamente una simile crisi.

Questa considerazione mi porta ad una riflessione di carattere più ampio, perché mi pare che parte delle considerazioni contenute nel volume di cui scrivo abbiano avuto la sfortuna di essere pubblicate troppo tardi rispetto a quanto è accaduto nel frattempo.

Gli avvenimenti connessi alla pandemia prima e, ora, alla sciagurata guerra in Ucraina, hanno del tutto sconvolto molti assunti su cui si basa il pensiero di Supiot e ciò non solo per il riferimento al rapporto tra scienza e diritto.

L’aspetto di carattere generale sul quale gli ultimi due anni hanno influito in modo pesante è stato quello della globalizzazione, che Supiot preferisce definire mondializzazione.

Non è stato messo in discussione il prevalere delle ragioni economiche sugli assetti strategici delle imprese, ma le chiusure di aziende e frontiere imposte dalla pandemia e ora i freni ai commerci internazionali come effetto della guerra in Ucraina stanno mostrando tutti i limiti dell’assetto globalizzato dell’economia che si era imposto: si era dato troppo per certo e duraturo un sistema economico in cui le industrie occidentali affidavano la manifattura a Paesi a basso costo del lavoro e preferivano continuare a detenere il controllo sul processo produttivo, certe di poter contare sulla facilità degli scambi e dei trasporti mondiali.

Ora questa certezza fosse risulta priva di fondamento o, almeno, si dovrebbero riconsiderare i suoi presupposti e bisognerebbe porsi interrogativi su una visione a lungo termine degli assetti economici globali.

Prima la chiusura totale di molte aziende in Cina e la chiusura delle frontiere per la pandemia hanno interrotto l’afflusso di componenti necessari a molte produzioni manifatturiere occidentali (si pensi alla componentistica elettronica dell’Automotive) e ora la guerra in Ucraina sta mettendo in discussione l’approvvigionamento di materie prime alimentari e perfino di quelle necessarie alla produzione di energia.

Sono aspetti per i quali sarebbero necessari progetti a lunga scadenza ma purtroppo mi pare che molti politici siano troppo interessati ai periodi che li coinvolgono direttamente per elaborare strategie di lungo periodo.

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