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Sì al sostegno del reddito per chi cerca lavoro. Ma attenzione! (di Roberta Bortone)

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Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei Ministri ma non ancora pubblicato, contiene una misura sulla quale da decenni si sono confrontati i Governi di centro-sinistra senza riuscire mai a trovare le risorse – finanziarie e non – per darle attuazione.

Quello che il testo chiama “Reddito di cittadinanza” è presentato infatti come una misura di sostegno del reddito di quanti, pur versando in condizione di povertà, non hanno accesso agli ammortizzatori sociali perché “inoccupati”, cioè mai transitati da un rapporto di lavoro, e con gli ammortizzatori sociali condivide lo stretto collegamento con la necessaria ricerca di un lavoro.

Provo a fare una breve ricostruzione storica dell’istituto degli “ammortizzatori sociali”: furono introdotti in via generale nel 1968 come sostegno del reddito per i lavoratori che perdevano l’occupazione a causa di licenziamenti economici (la Cassa integrazione guadagni interveniva invece in costanza di rapporto di lavoro) e fin da quel momento sono stati subordinati alla ricerca di nuova occupazione da parte del lavoratore.

Da allora quell’istituto ha subito pressoché costanti interventi di riforma e dagli anni ’90 si è avvertita l’esigenza di estendere questa misura – o misura di analogo senso – a chi ancora non avesse trovato un’occupazione.

Tuttavia più volte si è arrivati a una legge-delega che prevedeva la complessiva riforma degli ammortizzatori sociali poi non seguita dai relativi decreti attuativi, oppure le riforme si sono limitate a un semplice riordino dell’esistente.

Le difficoltà con le quali i Governi si sono via via scontrati non sono sole quelle relative alla ricerca delle enormi risorse finanziarie necessarie per garantire un reddito minimo alla vasta platea interessata, ma anche e forse soprattutto quelle derivanti dall’intricata rete di competenze e dalla realtà dei servizi per l’impiego, incaricati di creare il nesso tra lavoratori e occupazione.

Intrico di competenze: in base all’attuale formulazione dell’art. 117 della Costituzione, allo Stato spetta la competenza esclusiva in materia di previdenza e perciò di ammortizzatori sociali; alle Regioni quella, sempre esclusiva, sulla formazione professionale; alla competenza delle Regioni nel rispetto dei principi fondamentali indicati dallo Stato (c.d. competenza concorrente Stato – Regioni), spetta la disciplina del mercato del lavoro e perciò quella dei servizi per l’impiego.

I servizi pubblici per l’impiego dovrebbero essere il fulcro di un sistema per la migliore organizzazione del mercato del lavoro, ma purtroppo sono l’aspetto più problematico della questione, proprio loro che già ora dovrebbero stipulare e far rispettare il “patto di servizio”, che fa dipendere l’erogazione dei benefici previdenziali da un atteggiamento pro-attivo del lavoratore nella ricerca di nuova occupazione anche attraverso la frequenza di corsi di formazione o di riqualificazione professionale.

In seguito alla loro regionalizzazione, la loro attività e il loro funzionamento variano sul territorio nazionale “a macchia di leopardo” e accanto a poche Regioni nelle quali si può dire che funzionino in modo abbastanza efficace, nella maggior parte dei casi sono il luogo in cui i lavoratori si iscrivono solo per ottenere la dichiarazione di disoccupazione necessaria per i relativi benefici previdenziali e non solo (ad es. riduzione degli abbonamenti sul trasporto pubblico, etc.).

Per di più, tra i dipendenti dei Centri per l’impiego mancano spesso le professionalità necessarie e il blocco della assunzioni costringe molte volte le Amministrazioni a ricorrere a lavoratori precari e fintamente autonomi.

Di questi aspetti non ha voluto tener conto il Decreto-legge sul “reddito di cittadinanza” e ritiene che tutto si risolva in uno stanziamento di fondi e in nuove assunzioni, che però richiederanno molti mesi di tempo per essere attuate.

A questo punto sorge un dubbio legittimo: poiché almeno il Ministro del lavoro non può non conoscere queste difficoltà, forse il Governo vuole che il “Reddito di cittadinanza” sia davvero tale, e cioè un sussidio economico destinato a persone in stato di povertà, sganciato da ogni ricerca di lavoro, confondendo così, ancora una volta, previdenza e assistenza. E allora proprio per questo ha voluto che il suo nome rimanesse quello della misura propugnata dal Movimento 5 Stelle fin da molti anni e della cui efficacia gli economisti dubitano da sempre.

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