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Licenziamento collettivo illegittimo se il datore non comunica i criteri di scelta del personale in eccedenza

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Con Ordinanza n. 22366 del 6 settembre 2019 la Suprema Corte, Sez. Lavoro, ha ritenuto che nell’ambito di una procedura di licenziamento collettivo il datore debba necessariamente indicare i criteri di scelta del personale licenziato nel contesto delle comunicazioni inviate ai lavoratori ed alle organizzazioni sindacali, pena l’illegittimità dei provvedimenti di espulsione.

IL FATTO – A seguito di un licenziamento collettivo per mancato riassorbimento di alcuni lavoratori nel passaggio di cantiere, una lavoratrice impugnava il licenziamento irrogatole. Il Tribunale rigettava il ricorso ma la Corte di appello partenopea, in riforma della pronuncia di primo grado, dichiarava illegittimo il licenziamento intimato dalla società e condannava la prima alla reintegra della lavoratrice, ritenendo che la società non avesse in alcun modo indicato i criteri di scelta del personale licenziato nel contesto delle comunicazioni inviate ai lavoratori ed alle organizzazioni sindacali. Avverso tale decisione interponeva ricorso per cassazione la società datrice.

LA DECISIONE DELLA CASSAZIONE – La Suprema Corte ha rigettato il ricorso della società.

Invero, ha ritenuto che la Corte di appello napoletana avesse correttamente statuito l’illegittimità del licenziamento stante la violazione dei diritti di informazione e consultazione dei lavoratori consacrati dalla Carta di Nizza quali diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Concludendo, dunque, la Corte ha ritenuto che:

  • la procedura di informazione e consultazione dei rappresentanti dei lavoratori pone a carico della parte datoriale un vincolo procedurale, elevato al rango di diritto fondamentale dell’Unione Europea e che si pone quale contrappeso rispetto alla libertà di iniziativa economica;
  • l’omessa indicazione dei criteri di scelta del personale in eccedenza da parte datoriale nella fase di consultazione si è tradotto in evidente vulnus agli obblighi su tale parte gravanti, riverberando i propri riflessi sulla legittimità del provvedimento espulsivo irrogato.

Per tali ragioni, la Suprema Corte ha dunque rigettato il ricorso del datore ordinando la reintegra della lavoratrice.

Testo completo della decisione:  Cassazione Civile, Sez. Lavoro,Ordinanza n. 22366 del 2019

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