Istituti Superiori di Studi Musicali, il TAR impone la “statizzazione”

 “Parole, parole, parole” cantava la grande Mina nel 1972, quando ancora non ero neppure nato.
Sebbene io sia un grande fruitore di musica pop (uso il termine nell’accezione più ampia possibile), devo ammettere che non la amo molto, Mina. Bellissima voce, per carità, che però non mi suscita particolari emozioni.
Eppure, devo confessare, quel refrain (“parole, parole, parole”) mi viene costantemente in mente, da quando ero un ragazzino che frequentava il Liceo Classico. Già a 15 anni, all’atto di ascoltare i miei colleghi (studenti come me) rappresentanti d’Istituto mentre parlavano dei nostri “problemi”, mi montava su certo malcontento (per usare un eufemismo!) perché ritenevo stessi perdendo il mio tempo per sentire “parole, parole, parole” che non avrebbero mai portato a nulla rimanendo, nella migliore delle ipotesi, un puro esercizio estetico.
Non solo. Frequentando un po’ i luoghi della politica (accanto al mio Liceo vi era una sede storica dell’ex PCI, poi divenuto PDS, a cui erano iscritti un buon numero di miei compagni), mi accorsi subito come anche lì ci si dilettasse (si, proprio così, credo che si provasse una sorta di piacere) a praticare la chiacchiera fine a se stessa. Né più e né meno che al bar sport, se si eccettua il diverso oggetto delle “riflessioni” (in un caso il calcio, nell’altro la politica). Avevo sempre creduto, fino ad allora, che la Politica fosse una cosa seria (ed infatti lo è) fatta da persone serie. Avevo in mente profili come Gramsci, Togliatti e Berlinguer a cui riconoscevo capacità di elaborazione intellettuale nonché di azione, ma mi ero ritrovato, di fatto, in una sorta di covo di chiacchieroni (alcuni in buona fede, altri un po’ meno).
Crescendo, all’Università, ho maturato un certo interesse per gli aspetti giuridici connessi al lavoro (anche qui uso il termine nell’accezione più lata possibile). Mi aveva attirato la complessità dei temi affrontati dalla materia nonché la pratica incidenza sulla vita dei cittadini e del Paese nel suo complesso. Non che – sia chiaro! – le altre branche del diritto approfondissero temi di rilievo meramente teorico. Purtuttavia, mi dicevo, se la Costituzione, all’art. 1, recita «L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro», ci sarà pure un motivo.
Nel diritto del lavoro c’è molta politica … checché ne dicano certi professoroni. Il diritto del lavoro è il diritto politico per eccellenza come – lo ricordo benissimo ancora oggi – il Prof. Massimo D’Antona affermò durante la prima lezione del corso di “diritto sindacale e del lavoro comparato” nell’ambito del primo anno della Scuola di Specializzazione in “diritto sindacale, del lavoro e della previdenza sociale” che stavo frequentando. Avevo 23 anni e mezzo, mi ero laureato sei mesi prima. Purtroppo di lì a poco quel Professore, con cui avevo incominciato anche a collaborare, sarebbe stato barbaramente assassinato dalle sedicenti “brigate rosse” proprio nel giorno dell’anniversario dell’entrata in vigore dello Statuto dei Lavoratori (20 maggio).
Pensavo, in quegli anni, che il Sindacato, a qualunque livello, dovesse essere il luogo del pensiero e dell’azione e lo contrapponevo, nel mio personale immaginario, ai Partiti, sedi privilegiate della chiacchiera fine a se stessa (salvo rare eccezioni) o, peggio ancora, dell’“inciucio”. Tanto ne ero convinto che, da obiettore di coscienza, avevo chiesto – ed ottenuto – di poter svolgere il servizio civile presso la Segreteria nazionale della CGIL a Roma, in Corso d’Italia. Non ci andai mai, però. Scoprii che una legge mi avrebbe consentito di essere esonerato persino dallo svolgimento del servizio civile, perché impegnato in “carriera” scientifica. Ottenni quindi l’esonero dall’ufficio della Presidenza del Consiglio dei Ministri a ciò deputato.
Fu un segno del destino, credo. Cosa fosse diventato, salvo lodevoli eccezioni, il Sindacato contemporaneo lo avrei scoperto di lì a qualche anno, sul campo.
Fui impegnato in alcune ricerche svolte in Toscana per conto della Fondazione Giacomo Brodolini ed ebbi modo di interagire con alcuni dirigenti sindacali locali (in maggioranza CGIL e CISL). Tendenzialmente brave persone, qualcuna veramente appassionata, ma tutte accomunabili dal già più volte menzionato refrain della canzone di Mina. Un po’ perché rientrava nel mio ruolo di ricercatore, un po’ perché lo facevo volutamente, li incalzavo con domande ben assestate che non gli avrebbero consentito di rispondere limitandosi a mettere in fila parole senza senso concreto e notavo che spesso ciò li infastidiva. Qualcuno, raramente, riusciva a rispondermi articolando pensieri con un senso compiuto…la maggioranza finiva per sbiascicare parole senza alcun senso.
In quel periodo frequentavo il Sen. Antonio Pizzinato, ex Segretario Generale della CGIL che, intravedendo in me qualche qualità, si peritò finanche di suggerire il mio nome alla Camera del Lavoro di Roma. Mi indirizzò da una dirigente sua amica di vecchia data, la Sig.ra Teti Croci, la quale pensò bene di farmi perdere del tempo convocandomi più volte presso i locali di via Buonarroti in Roma per definire la mia collaborazione con il loro ufficio vertenze. Chiacchiere, parole, parole, parole. Mai nulla di concreto. Ricordo che, in un caso, mi diede perfino buca e mi lasciò detto in ufficio che non avrebbe potuto incontrarmi perché impegnata per la “tavola della pace”…insomma una sorta di confraternita della chiacchiera! La Sig.ra Croci, però, tutt’un tratto, si ricordò di me quando desiderava la presenza della Prof.ssa Roberta Bortone, di cui ero e sono collaboratore all’Università nonché collega di studio, ad un convegno sindacale (rectius consesso di chiacchiere) che stava organizzando.
Per un ulteriore scherzo del destino, che quando ci si mette è beffardo, a partire dal 2005 sono stato chiamato, da un Sindacato autonomo, ad occuparmi di problematiche connesse al comparto denominato AFAM (che sta per Alta Formazione Artistica e Musicale). Ecco, mi sono detto, la “sindrome di Mina” ha colpito ancora…e questa volta le chiacchiere le sentirò proprio da cantanti e musicisti!
All’inizio, non ho nessun problema a confessarlo, fui un po’ disorientato. Settore a me sconosciuto, problematiche di difficile comprensione per chi non si fosse calato in una “logica”, tutta particolare, più unica che rara, che connotava le condotte degli “attori”: amministrazione, sindacati, lavoratori. Tutto, o quasi, quello che avevo studiato e/o appreso dalle mie precedenti esperienze non lo ritrovavo.
Amministrazioni che assumevano interpretazioni giuridiche a dir poco deliranti (e, di fatto, in contrasto con la ratio sottesa all’intera disciplina del settore), Sindacati che eccellevano nella chiacchera fors’anche di più che in altri settori a cui univano la pratica dell’(apparente) autolesionismo masochista, lavoratori che non avevano – e continuano a non avere, ahimè, tranne rare eccezioni – la minima coscienza del proprio ruolo e dei propri diritti. Insomma, più pensavo di capire e più dicevo, fra me e me, «questi sono matti da legare».
Poi, però, ad un certo punto, l’“illuminazione”. Doveva essere avviata la contrattazione finalizzata alla sigla del (primo) contratto collettivo nazionale di lavoro del settore, ma l’ARAN non dava il via alle danze. Alcune sigle sindacali, se non ricordo male, si peritavano di segnalare come non vi fossero risorse finanziarie sufficienti…e già questo mi puzzava di bruciato. Da quando in qua, infatti, un Sindacato anziché spingere per siglare un contratto si perita di affermare, esplicitamente o implicitamente, che quel contratto non si può fare perché non ci sono i dindini? Mah! Fu personalmente la Prof.ssa Dora Liguori – Segretario nazionale dell’Organizzazione Sindacale Unione Artisti UNAMS di cui, a quei tempi, avevo appena cominciato ad essere consulente legale – a smascherare una sorta di “gioco delle tre carte” che qualcuno stava orchestrando tra Funzione Pubblica, Ministero del Tesoro e il presumibile consenso politico di fondo di determinati Sindacati confederali che, non gradendo la costituzione del nuovo comparto AFAM, tentavano di evitare l’avvio della trattativa. Infatti solo la sigla del contratto avrebbe fatto esistere, non solo sulla carta ma anche nei fatti, il nuovo comparto previsto dalla Legge 508. E questo blocco si stava consumando sulle spalle dei lavoratori che, da tempo, attendevano gli aumenti stipendiali, già in precedenza denegati a seguito dell’”affaire pornotassa” di cui si dirà più avanti. Alla fine, grazie al supporto ottenuto dalla Prof.ssa Liguori da parte di alcune menti illuminate in forza alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, il gioco fu scoperto e i soldi del Tesoro “smarriti nei corridoi” furono d’amblè ritrovati … e pertanto la trattativa avviata e nel giro di una settimana, anche concluso il tanto agognato primo CCNL AFAM.
La Prof.ssa Liguori – a cui a mio sommesso avviso tutti i lavoratori del comparto dovrebbero dire grazie per l’impegno profuso per tutta una vita – non era invero nuova a certe performance. Alle sue spiccate doti politiche si doveva l’approvazione della Legge di Riforma (508/1999) ma, soprattutto, il tentativo – quasi riuscito – di migliorare sensibilmente le condizioni di tutti i lavoratori del settore. Ed infatti, in sede di discussione della c.d. Legge Finanziaria per il 2002-2003, ella era riuscita a far passare un emendamento che avrebbe rimpinguato le casse del settore con fiumi di danaro che mai, sino ad allora, nessuno aveva mai neanche osato immaginare. Infatti la Prof.ssa Liguori, attraverso l’impegno di alcuni senatori, fra i quali il relatore, era riuscita ad assicurarsi che una quota della istituenda tassa sugli utili derivanti dalla produzione e dallo sfruttamento commerciale di materiale pornografico (c.d. pornotassa) sarebbe stata destinata ad incrementare sensibilmente (non meno di € 500,00 mensili) le retribuzioni di tutti i dipendenti del settore. Anche se all’epoca, sebbene già avvocato, non collaboravo ancora con l’UNAMS, seguivo le sorti del settore per “fatto personale”, dal momento che mia madre era docente presso il Conservatorio di Santa Cecilia. Mi ricordo che, appresa la notizia (qualcuno aveva chiamato mia madre al telefono per comunicargli quanto accaduto), pensai: «adesso saliranno tutti sul carro del vincitore ma, in fin dei conti, si può pure capire. Cosa potrebbero fare di diverso i Sindacati confederali?». Mi sbagliavo: essi andarono oltre ogni mia previsione e – tafazzianamente – montarono un’articolata protesta fondata sul bigotto argomento secondo cui gli artisti non meritavano di essere retribuiti con proventi derivanti dalla commercializzazione di prodotti pornografici. E che si fottessero coloro che, ingenui, pensavano che pecunia non olet!
Insomma, per farla breve, condotte invero indecifrabili anche per chi, come me, ha dedicato la propria vita allo studio del Sindacato. Tuttavia sono convinto del fatto che, dietro ogni cosa, ci deve per forza essere una logica, una ragione, in ultima analisi, una convenienza. Eccola: per un certo modo di fare Sindacato, un lavoratore scontento, economicamente precario, non valorizzato a pieno, rappresenta una possibile “preda”. Il lavoratore contento ed economicamente forte (leggasi aumento dello stipendio mensile di circa € 500,00 grazie alla c.d. pornotassa) può anche fare a meno del Sindacato. Se quest’ultimo “controlla” i lavoratori, controlla il settore e acquisisce potere. Al contrario, l’esatto opposto. Mi sono quindi convinto che, certi Sindacati, volessero continuare a tenere per le palle (mi si passi il francesismo) i lavoratori perché questo avrebbe fatto il loro gioco e ciò li avrebbe resi molto più forti nel dialogo – che poi sarebbe sfociato in quella che, sul piano politico, potrebbe definirsi una “corrispondenza di amorosi sensi” – con l’Amministrazione ed, in particolare, con la Direzione Generale MIUR-AFAM diretta dal Dott. Giorgio Bruno Civello. Ed in questo contesto, per presumibili interessi di bottega, certuni non hanno trovato di meglio che fomentare l’odio contro chi (l’Unione Artisti UNAMS) aveva deciso di agire in modo trasparente prendendo posizioni intellettualmente oneste e mai demagogiche sfidando a duello (leggasi cause) la potente Amministrazione, ove ritenuto necessario nell’interesse dei lavoratori.
Infatti è bene chiarire che di fronte all’evidenza di un comparto che sarebbe un eufemismo definire oggi “alla deriva”, sarebbe troppo facile affermare che tutte le responsabilità vadano ricondotte, in via esclusiva, in capo all’ex Direttore Generale Dott. Civello. Ed infatti la sua politica ha potuto esistere in virtù del fatto che certi Sindacati, a prescindere dalle prese di posizione di natura formale, si siano ben guardati dal contraddirlo e contrastarlo seriamente. Se fosse stata fatta una sana opposizione, oltre che da parte dell’UNAMS, da parte degli altri attori sindacali, ciò avrebbe generato ripercussioni positive per tutti, Amministrazione compresa, portata magari a riflettere e soprassedere su alcuni profili della Legge 508 attuati invece in modo non conforme alla volontà del Legislatore. Il Sindacato, quando vuole, può! Purtroppo in questo settore, per antico disegno politico, non ha voluto e, pertanto, a pagare sono state soprattutto le Istituzioni, il personale e gli studenti.

Il Dott. Civello, lo dico subito, è un grandissimo. Uno a cui devo molto per avermi, suo malgrado, dato lavoro e quindi l’opportunità di mettermi professionalmente in luce. Un dirigente fornito di quella rara intelligenza che gli ha consentito, spesso, di adottare incontrastato (o quasi) decisioni in evidente spregio della normativa vigente e che è riuscito a gestire il settore con una grande capacità di controllo capillare di ogni singolo aspetto. E ciò gli è stato possibile solo per i motivi di cui sopra. Infatti appare evidente che se il Sindacato sceglie di andare, di fatto, d’accordo con l’Amministrazione, aumenta il proprio peso politico … a discapito, però, degli interessi dei lavoratori! Ma è anche vero che i lavoratori avrebbero dovuto ben comprendere (e, spesso, non vi sono riusciti) come, in quella logica, demonizzare l’UNAMS facesse parte del gioco. Purtroppo con questo dirigente, invece, su un piano squisitamente politico, i Sindacati confederali, presi dal suo indiscutibile “fascino”, sono stati “sedotti” ed hanno consumato, per circa un decennio, allegri “festini”, ove tutti i sedotti hanno trovato le loro soddisfazioni, tranne ovviamente il personale delle Istituzioni (quelli che per intenderci reggono il sistema senza ricoprire cariche) e gli studenti. Tutta gente messa in un angolo, con stipendi da fame e obblighi sempre più punitivi (aggravi di lavoro, badge, permessi artistici spesso negati, compensi miseri per le ore aggiuntive etc.). Di contro sono state create appositamente “allegre comitive” che girano l’Italia ad ogni piè sospinto, per riunirsi e dare conforto, con i loro pareri “ad usum delphini”, a quanto in genere già deciso dall’Amministrazione. E poi tutti a gridare che, però, «non ci sono soldi»! Altro che pornotassa!

C’è un “caso” recente che rappresenta la summa di tutto ciò che ho riferito sin qui.
È quello degli Istituti Superiori di Studi Musicali (già Istituti Musicali Pareggiati), di norma comunali, che la Legge 508/1999 avrebbe voluto, in presenza di determinate condizioni, fossero “statizzati”, cioè inglobati nell’amministrazione statale. Ciò, tra l’altro, a garanzia dei diritti dei lavoratori (in primis la retribuzione) spesso minacciati da una costante endemica instabilità, acuitasi negli ultimi anni per via delle ristrettezze di bilancio a cui sono stati sottoposti tutti gli enti locali.
Ebbene, sapete cosa succede? I lavoratori non percepiscono la retribuzione a loro dovuta (o la percepiscono con notevole ritardo) e, com’è ovvio, i Sindacati confederali indicono, qua e là, apposite assemblee in cui arringano con le solite frasi fatte: «vogliamo i soldi, è nostro diritto». Sacrosanto, giusto.
Ma l’anomalia la appalesano nel dichiarare la loro visione strategica: non dicono come intendono “spingere” per perseguire la statizzazione che la Legge imporrebbe. Si limitano ad auspicare (o forse finanche a promettere) che i dipendenti di tali Istituti vengano progressivamente assunti alle dipendenze dei Conservatori Statali di Musica. Cioè proprio quello che la Legge non vorrebbe.
Tale linea strategica crea però (volontariamente?) un evidente corto-circuito fra i lavoratori del comparto, mettendo gli interessi di alcuni contro gli interessi di altri. Infatti, l’assunzione nei Conservatori di Musica dei dipendenti degli Istituti Superiori di Studi Musicali precluderebbe, per definizione, la stabilizzazione di buona parte di quei lavoratori che già da anni, in alcuni casi da lustri, prestano – proprio alle dipendenze dei Conservatori – attività lavorativa in regime di c.d. precariato (contratti a termine di durata annuale). Insomma, una riedizione in sindacalese del sempreverde divide et impera che consente, tra l’altro, di catalizzare (e fomentare) le proteste di entrambi i “gruppi” di lavoratori interessati, acquisendo presumibilmente anche un cospicuo “dividendo” in termini adesioni (tessere) al Sindacato.
C’è però chi non ci sta a questa logica e, comprendendo a pieno la dinamica del “giochetto”, la denuncia urbi et orbi, proponendo una via alternativa sia sul  piano politico “puro” che sul piano giuridico-processuale.
Il Segretario Nazionale dell’Unione Artisti-UNAMS, Prof.ssa Dora Liguori, convoca a sua volta diverse assemblee sindacali e, con scrupolo, ascolta le esigenze che provengono dai lavoratori appartenenti ai predetti “gruppi” senza però mai parlare alla loro pancia. Dice loro chiaramente che, sul piano politico, non appoggerà mai soluzioni che favoriscano uno dei due gruppi a sfavore dell’altro ed aggiunge, cosa a cui nessuno – non si sa come mai – sino ad allora non aveva mai pensato, che la questione deve essere affrontata anche nelle aule di giustizia.
Vengo quindi, quale legale dell’Unione Artisti-UNAMS, “precettato” per una assemblea dove, tra gli altri, si presentano alcuni docenti in forza all’Istituto Superiore di Studi Musicali “Gaetano Braga” di Teramo che, disperati (da oltre un anno non percepiscono lo stipendio), non sanno più dove sbattere la testa. La statizzazione sarebbe l’unica soluzione sebbene, mi riferiscono, tutti sprechino fiumi di parole senza che nessuno riesca a conseguire risultati concreti.
Mi illustrano, a volte con apprensione che fa perdere loro lucidità d’analisi, la situazione del loro Istituto e, durante una pausa-spuntino, ho un’intuizione. Come un flash mi passa per la mente un ricostruzione giuridica della fattispecie che, se correttamente argomentata ed accolta dai giudici, potrebbe portare a conseguenze “rivoluzionarie”. Chiedo quindi loro se se la sentissero di intraprendere quest’avventura processuale, senza garantire nessun risultato. Dico loro di parlarne con tutti i colleghi, con i vertici dell’Istituto e poi farmi sapere cosa avranno deciso. Dopo poco tempo ricevo il mandato da tutti i dipendenti dell’Istituto (molti dei quali aderenti ai Sindacati confederali) e finanche dall’Istituto stesso oltre che, ovviamente, dall’Unione Artisti-UNAMS.
Nel redigere il ricorso, propongo ai Magistrati un’interpretazione costituzionalmente orientata della normativa vigente che consente di superare la mancata adozione di un regolamento attuativo previsto dalla L. 508/1999 dietro cui si nasconde il MIUR per non procedere alla dovuta statizzazione. Roba da giurisprudenza costituzionale, insomma, mica “pizza e fichi”.
Qualche giorno fa apprendo dell’avvenuto deposito della decisione. I Magistrati hanno sposato appieno la mia ricostruzione: il MIUR deve procedere entro 30 giorni alla statizzazione dell’Istituto teramano!
Attenzione però, io conosco i miei polli! Qualcuno, forse, cercherà di strumentalizzare – a proprio uso e consumo – la predetta pronuncia giudiziaria cercandone di stravolgerne il senso in fase attuativa magari riprovando, per l’ennesima volta, a mettere di fatto i lavoratori gli uni contro gli altri (i docenti precari dei Conservatori contro quelli in forza agli Istituti Superiori di Studi Musicali). Sarà quello il momento della verità in cui si parrà la nobilitate degli “attori” coinvolti: politici, sindacati, lavoratori, avvocati.
Perché, ci sono Politici e politici. Sindacati e sindacati. Avvocati ed avvocati. Chi fa fatti e chi, al contrario, “parole, parole, parole”.

Meditate, gente, meditate.

Avv. Giuseppe Leotta

4 pensieri su “Istituti Superiori di Studi Musicali, il TAR impone la “statizzazione”

  1. Sono un docente del Braga. Qualche anno fa ho avuto la possibilità di tornare a insegnare definitivamente nei Conservatori di Stato. E’ stata proprio l’esistenza del protocollo d’intesa che mi ha convinto a restare a Teramo. Con la sentenza del Tar abbiamo avuto la certezza che quel documento non era affatto carta straccia! Complimenti vivissimi all’Avv. Leotta e grazie di cuore a quanti, Federico Paci in primis, hanno creduto nella possibilità di farcela! Italo Luciani

  2. ….dire “Fantastici” è veramente poco…non riesco a trovare un aggettivo che sia alla vostra altezza….e mi riferisco a tutti, Docenti del Braga, Unams e, non ultimo perchè meno importante, avv. Leotta. spero che il miur non ricorra a qualche altro dei suoi mirabolanti trabocchetti…sappiamo tutti che ne è capace. Spero che questa vicenda porterà serenità, in primis ai colleghi del Braga che si sono spesi e hanno creduto nella bontà della loro azione, e anche a tutti gli ISSM (ex IMP) oggi in situazione “traballante” (non per colpa loro)!
    Riccardo Ferrara, docente di chitarra presso l’ISSM “Toscanini” di Ribera (Ag)

  3. Bravissimo Avvocato Leotta, spero che questo sia solo l’inizio di un percorso virtuoso che finalmente riconosca la centralità di un settore, l’AFAM, che da lustro al nostro paese. Proprio la settimana scorsa ho ricevuto sulla mail un articolo del settimanale francese di economia La Tribune in cui economisti di fama dichiaravano che l’investimento nel campo della Cultura vale……sette punti in più di PIL, che continuare a costruire automobili. I transalpini lo hanno capito da tempo… che cosa aspettiamo noi. Meditate, meditate….

  4. Ma la sentenza del TAR e valida per tutti i pareggiati o solo per teramo? Avete un link per vederla?