Vicissitudini previdenziali di una disabile

Racconto una vicenda individuale perché mi sembra significativa di situazioni più generali.

Una disabile – la chiamerò Paola – dipendente da una pubblica amministrazione romana, viene dichiarata inabile a qualunque attività lavorativa dalla commissione medica e di conseguenza la sua amministrazione la dichiara cessata dal servizio: era proprio quello che Paola voleva! Nonostante la sua disabilità aveva voluto continuare a lavorare fino ad allora perché il lavoro le dava comunque occasione di integrazione sociale e le garantiva quel senso di dignità che solo il lavoro, appunto, può dare. Tuttavia nel corso degli anni, anche a causa dell’aggravamento della disabilità, continuare ad uscire da casa tutte le mattine alle 7,30 per recarsi al lavoro in ogni condizione di tempo e di traffico era diventato insostenibile, e Paola, a 57 anni, aveva deciso – sia pure a malincuore perché si trattava di una dichiarazione di resa – di chiedere la pensione d’inabilità che, in presenza di alcuni requisiti contributivi, assicura ai dipendenti pubblici lo stesso trattamento economico che avrebbero se continuassero a lavorare fino alla pensione di vecchiaia.

Così Paola chiede l’accertamento medico, si sottopone alla visita della commissione che la riconosce inabile a qualsiasi lavoro e viene convocata dalla sua amministrazione che le comunica la cessazione dal servizio (cioè il licenziamento) con decorrenza immediata. In quella occasione Paola scopre che la concessione della pensione non è automatica: deve presentare domanda all’Inpdap, che ora è confluito nell’Inps e la domanda può essere presentata solo tramite un patronato.

E’ a questo punto che cominciano le sue vicissitudini. Prima di tutto si reca presso il “Caf” di un sindacato sotto casa sua, ma si sente dire che lì non forniscono il servizio richiesto. Allora cerca su Internet sede e orari di apertura al pubblico di un altro patronato, dove si reca una prima volta: l’orario indicato sul sito è sbagliato e bisogna ritornare dopo due giorni (e “no, non si possono prendere appuntamenti”). Ritorna dopo due giorni e si mette in coda dopo un’altra quindicina di persone, ma alla fine si sente dire che gli ultimi non saranno ricevuti perché la persona che avrebbe dovuto occuparsi di quelle pratiche doveva andare a parlare con il segretario generale del sindacato. A quel punto Paola protesta in modo vivace e viene messa a tacere: mica se la può prendere con i volontari del patronato!

Così ritorna a casa, contatta la sede principale del patronato per essere sicura che là avrebbe potuto trovare ascolto, chiede gli orari e si prepara ad una nuova coda la settimana successiva. In tutto questo è passato quasi un mese dalla sua cessazione dal servizio e Paola è senza stipendio e senza pensione!

Il lunedì successivo, di buon’ora, si reca presso la sede principale del patronato, chiarisce al volontario che smista i presenti la ragione per la quale è là e dopo circa due ore finalmente arriva il suo turno, ma…”no, mi dispiace, per i dipendenti pubblici prendiamo appuntamento perché c’è solo una persona che fa quelle pratiche”. Sono convinta che in quel momento, se Paola fosse stata nel pieno vigore fisico e non una disabile, avrebbe gettato per aria la scrivania. Invece si è limitata a prendere l’appuntamento necessario ed   è andata via. La vicenda è ancora in corso e non si sa quando si concluderà.

Nel frattempo non bisogna dimenticare che Paola è una disabile, che fatica ad uscire, che l’accompagna in auto la figlia (che per far ciò chiede ogni volta permessi lavorativi) aumentando il traffico romano e che tutto questo deriva dall’impossibilità per il cittadino di avanzare direttamente le sue richieste all’ente previdenziale. Non viene il sospetto che questo meccanismo folle sia costruito per creare indirettamente un sistema di finanziamento pubblico dei sindacati?

I commenti sono chiusi.