Una locomotiva contro l’ingiustizia

La storia della Locomotiva, che ormai ho raccontato le millanta volte (e perché poi c’è curiosità su questa e non su altre canzoni?) è molto semplice. Ma bisogna fare , come nei romanzi d’appendice, un passo indietro. La canzone, uscita in disco (Radici) è stata scritta nel ’71. In quell’anno era aperta ancora “L’Osteria delle Dame” e praticamente tutte le sere ci si trovava con amici e chitarre a suonare, continuando una tradizione che era iniziata alla metà degli anni ’60.

Si suonava un po’ di tutto, Beatles, Blue grass, blues, canzoni in voga nel periodo e roba nostra; entravano nel variegato repertorio anche canzoni cosiddette di “cabaret”, dei Cantacronache ed anche canzoni popolari e politiche, prese da ricordi personali o dai Dischi del Sole. Si cantava in italiano, certo, e in vari dialetti, ma anche in inglese, in francese, in spagnolo, in catalano e persino in greco. In tedesco no, credo di ricordare che forse non lo sapeva nessuno, o forse non c’erano studenti provenienti da zone germanofone.

Si aggiunga che spesso, in quel periodo, andavo “in balla” con amici a Carpi, da un mio cugino che allora era iscritto alla Federazione Anarchica. C’era anche un suo amico, iscritto alla medesima Federazione, e che ora è misteriosamente passato nelle file della Lega (e ora mio cugino non lo saluta più), ma questa è un’altra storia. Triste.

Si cantava anche là un po’ di tutto, ma si concludeva sempre con Addio Lugano bella, Figli dell’officina e una canzone, di cui non ricordo mai il titolo e che iniziava “Sul fosco fin del secolo morente”, un brano che ho sempre definito “la nonna della Locomotiva”. Quelli erano anni freschi di ’68. Con un gran rimescolio di ragazzi e di studenti, di storie e radici sociali diverse. C’erano state le lotte di classe contro la scuola autoritaria e classista. Le occupazioni delle scuole, l’incontro con gli operai. E le battaglie contro le gabbie salariali. L’Italia sembrava insieme tutta nuova e tutta da rifare. Ed erano cominciati gli anni ’70. Anche se poi, malgrado la grande avanzata del Pci alle politiche del 1968, all’orizzonte si profilavano monocolori democristiani. E governi di centro-destra Andreotti-Malagodi. Di lì a poco le speranze del movimento si restrinsero.

Tra il proliferare di gruppi extraparlamentari violenti e trame eversive di destra, cavalcate all’insegna degli “opposti estremismi”. Eppure, nonostante le Br, nonostante le bombe, quella fu una grande stagione di conquiste e di diritti. Che hanno segnato un’intera generazione, e cambiato davvero l’Italia. Conquiste e diritti che oggi si vorrebbero cancellare. Veniamo ora alla terza cosa. Fra i molti libri che amo leggere, ogni tanto infilo un diario di vita vissuta, Memorie di qualcuno, non gente importante ma persone quotidiane che raccontano la loro quotidiana vita nel passato. Proprio in quella primavera (del ’71) mi capitò tra le mani un libro, Trent’anni di officina, di un certo Romolo Bianconi, un’ex operaio bolognese che raccontava episodi delle sue esperienze di lavoro, dell’ambiente in cui viveva, di gente che aveva incontrato. In una pagina di queste memorie narrava di come avesse incontrato il ferroviere protagonista dell’episodio, sopravvissuto ai fatti anche se rimasto fisicamente menomato, ma non spiegava bene il perché di quell’azione, lasciando l’avvenimento in una luce un poco incerta.

Qui entra un altro personaggio, un mio anziano vicino di casa (ricordate la canzone Il pensionato?), un vecchio socialista che, nel corso di abituali chiacchiere, capitati per caso sull’argomento. Mi raccontò che questo ferroviere era un anarchico che aveva voluto fare un’azione dimostrativa. Mi venne voglia di raccontare la storia, e raccontarla con le parole che avrebbe usato un poeta anarchico di quel periodo, con la sua visione del mondo, i suoi sentimenti, il suo credo politico. Il brano uscì velocissimo, la prima versione in disco durava nove minuti (ora lo eseguo un po’ più velocemente) ma credo d’averla composta in una ventina, scrivevo una strofa e prendevo appunti di altre strofe che contemporaneamente mi venivano di getto in mente. Vorrei vedere l’originale (che purtroppo credo di non possedere più) per controllare i rimandi, le parole segnate a margine mentre scrivevo una strofa e come queste si sono sviluppate nelle strofe successive.

La canto ancora, alla fine di ogni mio concerto; il pubblico si alza in piedi e la canta assieme a me. Sventolando bandiere e alzando i pugni. Non la canterei mai per conto mio ma assieme al pubblico mi dà ancora una grande emozione.

Perché la Locomotiva ha vissuto questo destino? L’autore è l’ultimo a saper giudicare il motivo; ricordo soltanto che Roberto Leydi, il grande etnomusicologo, l’ha definita “la più bella canzone popolare del dopoguerra”. Bontà sua, ma sicuramente quel sentimento popolare nella canzone c’è, e forse è uno dei motivi per il quale mi chiedono ancora di cantarla.
Francesco Guccini
(L’Unità, 1 maggio 2002)

http://www.youtube.com/watch?v=KatNEo8iOBM&feature=player_embedded

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