Stalking: un doveroso intervento a tutela delle donne

Stalking è divenuto un termine tristemente noto negli ultimi anni, a causa dei fatti di cronaca narrati con cadenza quasi quotidiana, che riguardano episodi di violenza che hanno come vittime, nella maggior parte dei casi, le donne. Il termine inglese indica la persecuzione a danno di una persona, nei cui confronti l’aggressore ha un atteggiamento maniacale.
Lo stalking è ora oggetto di un disegno di legge – approvato alla Camera ed all’esame del Senato – che, con alcune modifiche al codice penale, introduce nel nostro ordinamento il reato che sanziona con la reclusione da sei a quattro mesi “chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie  abitudini di vita”.
La dicitura adottata dal legislatore è chiaramente volta a perseguire i crimini perpetrati a danno delle donne nei contesti familiari; storie di abusi e violenze che spesso si protraggono per anni, nel silenzio delle mura domestiche, con epiloghi a volte tragici, ma comunque sempre con risvolti psicologici drammatici che segnano le vite delle persone coinvolte.
Le cronache degli ultimi tempi narrano di atti di violenza ed aggressioni perpetrate nei confronti delle donne, in strade o locali, ad opera di sconosciuti. Si parla meno, invece, degli abusi che vengono compiuti all’interno delle mura domestiche da mariti, conviventi o fidanzati, con il coinvolgimento in molti casi dei figli, anche in tenera età; eppure le statistiche su questo riportano dati allarmanti.
Il disegno di legge vuole intervenire proprio su questo fenomeno, dotando l’ordinamento di strumenti che alla finalità punitiva affiancano quella preventiva. In questo senso va letta la norma che introduce l’istituto dell’ “ammonimento”, che può essere richiesto dalla persona offesa prima di proporre querela per il reato di stalking, affinché il questore, assunte se necessario sommarie informazioni dagli organi investigativi, se ritiene fondata l’istanza, “ammonisce oralmente il soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento, invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge”; in questa fase, inoltre, il questore può valutare l’eventuale adozione di provvedimenti in materia di armi e munizioni.
L’ammonizione costituisce un precedente tale per cui al verificarsi di casi di stalking, si può procedere d’ufficio nei confronti dell’aggressore senza necessità di denuncia di parte. Inoltre, sempre in un’ottica preventiva, viene introdotto il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa o da persone con questa conviventi o comunque legate da relazione affettiva, nonché il divieto di comunicare con queste persone, attraverso qualsiasi mezzo.
L’auspicio è che con l’ausilio di questa legge si possano far cessare gli abusi e le violenze che molte donne subiscono quotidianamente. Non bisogna però dimenticare – e deve anzi essere questo un obiettivo quotidiano delle istituzioni e della società civile – che ancora molti passi avanti devono essere compiuti, per la diffusione di una reale e profonda cultura del rispetto del genere femminile.
Basta riflettere su un dato per capire quanto siamo ancora indietro da questo punto di vista: fino alla riforma normativa del 1996, lo stupro era un delitto contro la morale pubblica e non contro la persona.
Il problema degli abusi sulle donne non può, quindi, essere riconducibile solo ad una questione di sicurezza, per quanto importante. Alla base delle violenze contro il genere femminile ci sono elementi culturali che investono i modelli relazionali tra generi; l’azione quotidiana deve essere, quindi, mirata a combattere gli atteggiamenti stereotipati che, seppur con graduazioni diverse, perpetuano una cultura “machista”: il non rispetto della donna, della sua libertà, della sua individualità e capacità di autodeterminarsi.
Dott.ssa Maria Cristina Cimaglia
(Assegnista di ricerca in Diritto  del Lavoro – Università degli Studi di Roma “La Sapienza”)
 

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