Renzi e l’art. 18

Ancora una volta ci tocca sentire che la disoccupazione italiana dipende dall’art. 18. E su questo vecchio ritornello si scontrano le forze politiche e sindacali.

Eppure il vecchio art. 18, quello scritto nel 1970 non è che un ricordo. Nel 2012 la legge 92 ha fatto scempio di quel testo, e della reintegrazione nel posto di lavoro è rimasto ben poco. Ora quel rimedio estremo ed efficace contro i licenziamenti illegittimi si applica solo ai licenziamenti discriminatori o a quelli per i quali il giudice accerti l’insussistenza del fatto contestato o la punibilità dello stesso con altre sanzioni disciplinari. Il che, ovviamente, comporta una grande discrezionalità del giudice nel decidere se applicare o no la condanna alla reintegrazione; e poi, che dire della necessità di avviare due distinti processi per gli avvocati che sostengano non solo la discriminazione ma in ogni caso la mancanza di giustificazione del licenziamento? Perché la formulazione tecnica della norma è talmente scorretta che porta a questo risultato.

Se già prima del 2012 nessun dato dimostrava che le mancate assunzioni da parte delle aziende dipendessero dalla paura della reintegrazione, perché ancora oggi il dibattito sull’art. 18? L’estrema flessibilizzazione in entrata introdotta proprio dal Governo Renzi con il primo stralcio del suo Jobs Act (tra l’altro, chiederei ad un inglese che cosa comprende da questa espressione) contenuto nel D.L. 34 di quest’anno, che di fatto ha liberalizzato le assunzioni a termine, ha reso il nostro mercato del lavoro tanto flessibile che ormai quelle a tempo determinato superano le assunzioni a tempo indeterminato.

Allora a me sorge un dubbio. Che quella sull’art. 18 sia una mera provocazione, un “facimm’ ammuina”, un polverone sollevato ad altri fini. Su quali siano questi fini ci si può esercitare a lungo. Una muscolare prova di forza del Presidente Renzi all’interno del partito? Può darsi. Ma temo anche che il polverone serva a distrarre da problemi più concreti e pesanti collegati all’assoluta mancanza di politica industriale: in  Italia non si assume perché non c’è lavoro e non perché il mercato del lavoro sia troppo rigido e su questo il Governo tace.

Non solo. Non ci sono le risorse finanziare per introdurre gli strumenti universalistici di sostegno del reddito per i disoccupati, gli “ammortizzatori sociali” che il Governo promette in cambio dell’ulteriore liberalizzazione dei licenziamenti. Ci aveva già provato la Ministra Fornero e si era dovuta arrendere di fronte al dato contabile. E ora che i soldi disponibili sono ancora più scarsi?

Ma io sono tenacemente ottimista e spero che, prima della prossima Direzione del PD, 2 dec 2012 … il Presidente Renzi ascolti le tante voci anche di “tecnici”, smetta di lacerare il suo stesso partito e cominci a progettare risposte vere per i problemi del nostro Paese.

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