LA MOBILITÀ TERRITORIALE NEGATA DEI DIPENDENTI DI POSTE ITALIANE

Nel contesto aziendale di Poste Italiane S.p.A., la mobilità territoriale c.d. volontaria (cioè a richiesta del lavoratore) è disciplinata da un apposito accordo collettivo.
Il “meccanismo”, in teoria, è molto semplice: ogni anno i lavoratori che intendono cambiare sede di lavoro sono chiamati a presentare una domanda – da inoltrarsi per via telematica ed utilizzando l’intranet aziendale – nella quale devono indicare l’ambito provinciale entro cui anelano ad essere trasferiti.
Tutte le domande raccolte, vengono quindi esaminate ed “elaborate” (alla luce di una serie di criteri declinati in seno al predetto accordo collettivo) al fine di formare apposite graduatorie degli aspiranti trasferendi. In buona sostanza per ciascun ambito territoriale e per ciascun livello di inquadramento viene stilata una graduatoria.
Fin qui, tutto “normale”…quantomeno all’apparenza. Quand’è, allora, che il “meccanismo” finisce per incepparsi? Semplice: quando l’Azienda è chiamata a scorrere quelle graduatorie, “accordando” il trasferimento agli aventi diritto. Sebbene, ad una attenta lettura del richiamato accordo collettivo, si possa agevolmente sostenere che Poste Italiane sia obbligata a concedere il trasferimento in presenza di “caselle” scoperte nell’organigramma aziendale…in pratica, nell’ultimo lustro, i trasferimenti accordati sembrerebbero essere stati pochissimi.
Qualcuno obietterà: se sono stati così pochi significa che non vi erano “caselle” libere da poter riempire! Sia consentito, tuttavia, nutrire più di qualche dubbio su questo argomento. Infatti, da un’indagine empirica svolta consultando dipendenti postali addetti a svariati ambiti provinciali, risulterebbe, al contrario, che moltissime sono le “caselle” vuote e che l’Azienda tenda, man mano, a riempirle bypassando le graduatorie sulla mobilità territoriale, compiendo pertanto scelte rispondenti  a logiche di tipo clientelare o nepotistico, spesso anche in sostanziale accordo con il Sindacato.
Invero, ciò che in questa vicenda suona, senza ombra di dubbio alcuno, “anomalo” è il silenzio del Sindacato. Un Sindacato che si rispetti avrebbe dovuto battersi per il rispetto dell’accordo collettivo (e, dunque, per l’utilizzo delle predette graduatorie) pretendendo che l’Azienda rendesse pubblici i dati sulle “caselle” da riempire. Ed invece…nulla di tutto ciò è avvenuto e le principali sigle sindacali sono spesso rimaste silenti. Perché? Beh, basti il seguente dato: molti dirigenti aziendali, a vari livelli, risultano iscritti a certe sigle sindacali (quelle che, numericamente, “pesano” di più e quindi risultano più “potenti”) ed, in molti casi, la loro carriera aziendale è stata facilitata anche in ragione dell’appartenenza sindacale. Qualcuno direbbe che a pensar male si fa peccato…ma, magari, si finisce per “indovinare”!
Che fare?
Bisognerebbe agire contemporaneamente su due fronti: 1) da un lato avviando, con il patrocinio di legali “indipendenti” (cioè non collegati, direttamente o indirettamente, a sindacati operanti in ambito aziendale), appositi contenziosi (cause) dinanzi al Giudice del Lavoro affinché quest’ultimo accerti e dichiari la violazione, da parte dell’Azienda, dell’accordo sulla mobilità territoriale e sancisca il diritto al trasferimento di sede (sinora negato); 2) dall’altro lato esercitando pressione sui sindacati operanti in ambito aziendale, se del caso anche revocando la c.d. delega ad essi conferita in precedenza (insomma, “stracciando” la tessera), affinché quest’ultimi pretendano dall’Azienda i dati ufficiali sulle “caselle” vuote e li rendano pubblici.

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