VERSO LA “POLACCHIZZAZIONE” DELLA FIAT?

Piazza Primavera a Pomigliano d’Arco. L’aria è pesante: fanno quaranta gradi e sta arrivando una tempesta. Le campane annunciano insistentemente il mezzogiorno. Una coppia di giovani italiani si affretta attraverso la piazza portando alcuni documenti. “Sono i polacchizzati. Hanno accettato di diventare come i polacchi e adesso devono sgobbare come muli”, spiega Gianluca Pagano, un ex impiegaio fiat di 39 anni.
A Pomigliano d’Arco, ma anche in una dozzina di altri piccoli centri attorno al Vesuvio, la polacchizzazione dei lavoratori italiani e l’importazione della “schiavitù” che attanaglia già da tempo i lavoratori polacchi sono state al centro delle discussioni sindacali, degli alterchi da bar e dei sermoni della domenica. “Prima Tychy, in Polonia. Poi la Cina. Tutto questo alla fine arriverà qui. E ci distruggerà”, dichiara Pagano sconsolato mentre sorseggia lentamente il suo caffè.
In un referendum svoltosi a giugno la Fiat ha messo i lavoratori di Pomigliano davanti a una scelta molto semplice: l’azienda avrebbe investito 700 milioni di euro nello stabilimento campano in cambio dell’impegno degli operai a lavorare più duramente. Se non avessero accettato, la Fiat non avrebbe spostato la produzione della nuova Panda da Tychy a Pomigliano, nonostante le pressioni politiche di Roma. In quest’ultimo caso circa 5.500 operai della Fiat e 10.000 lavoratori dell’indotto avrebbero dovuto affrontare il licenziamento. E bisogna tenere presente che lo stabilimento Fiat è stato per decenni l’unica fonte di reddito per mezza Pomigliano.
“È stato un ricatto, non un referendum. Ci hanno puntato una pistola alla tempia!”, protesta padre Paolo Farinella. Di fronte al rischio disoccupazione e spaventati dalle storie sugli impiegati polacchi pronti a lavorare anche il sabato e la domenica, il 63 per cento degli operai della Fiat ha votato in favore del rimpasto.
È il momento del riposo pomeridiano in un bar in viale Alfa Romeo. Una dozzina di lavoratori sono in pausa. “Abbiamo votato ‘sì’ perchè avevamo le mani legate”, sostengono. Hanno acconsentito a lavorare su tre turni fino alla domenica mattina, mentre prima lavoravano su due turni e la settimana lavorativa finiva il venerdì. Hanno anche autorizzato i manager a pretendere ore di straordinario in caso di grossi ordini, a effettuare controlli più serrati sulle assenze per malattia, ad accorciare la pausa pranzo e a limitare il diritto allo sciopero.
Domando loro se Pomigliano è in grado di mettersi al passo con Tychy, la più produttiva fabbrica Fiat in Europa. “Dicono che siamo pigri. Ma forse siete voi polacchi a essere un po’ pazzi. Non vi chiedete mai perché dovete sgobbare così tanto?” risponde Raffaele, un sostenitore della sindacato Fiom che ha incitato i lavoratori a votare per il no. La moglie di Raffaele spiega che ha deciso di sposarsi e avere tre figli con un uomo che tornasse a casa dal lavoro ogni sera e non la domenica mattina. Ci sono altre fabbriche che funzionano su tre turni, in Italia, ma non è quello per cui ha firmato suo marito. Non ha deciso di lavorare in fabbrica come suo padre e suo nonno per finire così.
“Ha accettato una paga più bassa per avere più vita. Sì, meno lavoriamo e più siamo felici. È così strano?” domanda Agnese, 36 anni. La malattia del lavoro duro e di una vita frenetica è arrivata dal nord al sud molto tempo fa. “Va sempre peggio”, “Il mondo sta andando in malora”, si lamentano in molti a Pomigliano.
Agnese indica due piccoli negozi sotto il suo balcone in via Ercole Cantone. Nonostante sia l’ora del riposino pomeridiano sono tutti e due aperti. “Si lavora quattro ore prima della pausa pranzo e quattro ore dopo. È sempre stato così. È così che abbiamo creato il nostro paese benestante. E adesso? La giornata lavorativa di otto ore non è più abbastanza? Quante ore al giorno lavorano queste ragazze? Chi prepara la cena per i loro figli?”, continua Agnese indicando le commesse dei negozi.
Oggi la Polonia, domani la Cina
A Pomigliano la gente non nega che chi non proviene dal sud Italia potrebbe trovare “strane” le loro abitudini lavorative. Non è forse vero che i manager hanno installato un grosso schermo al plasma nella sala assemblee durante i mondiali di calcio per permettere ai lavoratori di guardare le partite della nazionale senza rimetterci la paga? “È vero. Ma anche i manager, i vari dirigenti amministrativi e tutti i capitalisti hanno guardato il mondiale, no?”, rispondono i lavoratori.

Non è forse vero che un operaio su quattro si è dato malato nel secondo big giorno delle elezioni parlamentari nel 2008 per partecipare alle manifestazioni di protesta a Pomigliano e Napoli o restare a casa? “È vero, in quell’occasione abbiamo esagerato”, ammettono gli avventori del bar in via Alfa Romeo scuotendo lentamente il capo, con un atteggiamento tipico dell’ora del riposino.

Il “modello Pomigliano” – come i media italiani hanno definito la costrizione degli operai ad accettare contratti di lavoro più duri sotto la minaccia di spostare la produzione altrove – è stato al centro di una controversia sempre più aspra. Specialmente da quando la Fiat ha annunciato che intende avviare la produzione di un nuovo monovolume in Serbia, una dichiarazione che potrebbe essere il preludio a un nuovo negoziato sui contratti di lavoro.

L’Osservatore romano, quotidiano ufficiale del Vaticano, si è opposto con fermezza alla delocalizzazione della produzione. Ezio Mauro, direttore di Repubblica avverte che il “modello Pomigliano” potrebbe cancellare i diritti dei lavoratori assicurati dai sindacati in Europa occidentale negli anni 70. “State attenti, perché presto nella vostra Polonia o in Serbia sarete rimpiazzati dai più economici asiatici”, profetizza Gianluca Pagano. Domani sarà ancora in Piazza Primavera a godersi la sua vita non ancora polacchizzata.

Fonte: Gazeta Wyborcza
(traduzione di Andrea Sparacino)

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