La FIAT vista da Rino Gaetano (38 anni dopo)

Sulla complessa figura di Rino Gaetano (in foto), compianto cantautore calabrese emigrato a Roma, riproponiamo un articolo di Gianni Lucini apparso su Liberazione in data 03/06/2006. A seguire testo e video della canzone “L’operaio della Fiat (la 1100)”.

Sono venticinque anni che Rino Gaetano se n’è andato. Venticinque anni senza che nessuno abbia cercato davvero di capire che cosa sia successo quella notte del 2 giugno 1981 quando la sua Volvo 343 si è schiantata in via Nomentana contro un camion. Quel che è certo è che Rino non è morto nell’incidente. I soccorritori lo estraggono dall’auto vivo, sia pur in condizioni gravissime, e iniziano la febbrile ricerca di un pronto soccorso disposto a prendersi cura di lui. La storia del cantautore morto in un incidente stradale è falsa. Rino non muore nell’incidente ma nella lunga corsa notturna che porta i soccorritori a bussare invano a un numero infinito di porte senza che nessuno si degni di aprire. Le cronache raccontano di cinque ospedali che si rifiutano, con giustificazioni varie, di prendersi cura di quel povero corpo martoriato. Rino non muore perché la sua Volvo si è schiantata ma perché nessuno fa niente per tenerlo in vita.

A distanza di venticinque anni solo un irreale silenzio neanche troppo imbarazzato circonda il mistero di quella lunga corsa in cerca di un soccorso, uno qualsiasi, che potesse consentire alla vita di vincere contro la morte. Il tempo passato ha finito per stemperare le domande e per confondere le risposte. Con Rino Gaetano la sorte non è stata benigna neanche dopo morto. Stringe il cuore la pervicacia con la quale i media tendono a descriverlo come una sorta di giullare indifferente alla politica e all’impegno sociale, in qualche modo anticipatore del “disimpegno” degli anni Ottanta. Disimpegnato a chi? Rino Gaetano era un compagno, un artista impegnato che viveva male i primi segni della devastazione culturale del Pci e della sinistra italiana e che non si rassegnava all’idea che l’intelligenza e l’ironia non potessero andare d’accordo con l’impegno. Metteva alla berlina l’assurdo linguaggio degli pseudo-intellettuali, prendeva in giro il finto impegno di chi sceglie una parte per moda o per convenienza e per marcare la differenza utilizzava concetti semplici e diretti come la lotta di classe (un valore da contrapporre alla svastica in Metà Africa e metà Europa).

L’idea che Rino sia stato “anticipatore” del disimpegno degli anni Ottanta fa rabbrividire chi ascolta l’ultimo album registrato prima di morire i cui contenuti rabbiosi, ma positivi, sono già anticipati dal secco titolo: E io ci sto. Qui l’ironia si fa più incisiva, quasi caustica. Non è un caso che i teorici del “giullare disimpegnato” non amino questo disco e lo considerino una sorta di anomalia nella produzione del cantautore. Ascoltandolo si ha l’impressione che Rino Gaetano scriva in quell’album il suo testamento musicale, quasi avesse il presentimento della fine, con l’urgenza e la voglia di far capire che i tempi stanno cambiando, ma in peggio. C’è l’ironia, ma ci sono anche i germi di una ribellione tutt’altro che silenziosa nei confronti di chi lo vuole rinchiudere nello stereotipo del “cantautore divertente”: «…a te che ascolti il mio disco forse sorridendo/ giuro che la stessa rabbia sto vivendo/ siamo nella stessa barca, io e te…».

Nello stesso album c’è anche “Scusa Mary”, una sorta di congedo disperato dagli ideali degli anni Sessanta e Settanta, banalizzati, triturati e consunti. E’ un po’ il seguito di “Aida”, una sorta di completamento del racconto, con il senso che qualcosa sta cambiando e la consapevolezza che ormai «…Louis Armstrong e Neruda non ci sono più».

Forse a venticinque anni dalla sua morte è venuto il momento di trattare con più rispetto l’uomo e l’artista. E’ solo una speranza perché ancora poco tempo fa è capitato di leggere che “Agapito Malteni”, una delle sue prime canzoni, sarebbe «…l’esempio di un nonsense disimpegnato lontano anni luce dalla paludata tristezza dei cantautori di sinistra…». Chi ha scritto questa sciocchezza oltre a non conoscere e a non rispettare Rino Gaetano non ha mai ascoltato il brano che, come una sorta di Locomotiva sudista, parla di un macchinista che vede «La gente che abbandona spesso il suo paesello/ lasciando la sua falce in cambio di un martello» e decide di fermare il treno a Barletta per non lasciarli più emigrare.

Rino non era un qualunquista. Non lo è mai stato. Era invece un artista di sinistra figlio di quella grande scuola di cantautori italiani che sa parlare di cose complesse senza darne l’impressione, come Gaber e Jannacci. Per struttura, modo di pensare è più vicino al secondo che al primo, ma il disimpegno non è mai stato nelle sue corde. Rino Gaetano era un compagno con i piedi per terra, capace di analisi sofisticate e di critiche feroci che però sapeva sorridere perché non concepiva l’impegno come una barbosa ripetizione di concetti già masticati. In un’intervista riportata da Claudio Bernieri nel suo libro Non sparate sul cantautore (Vol. 2) , edito da Mazzotta nel 1978 nella collana “Quaderni di cultura e classe”, così parla di se stesso: «Io mi ritengo un fortunato perché faccio una cosa che ho sempre voluto fare. E’ la stessa soddisfazione di uno che voleva fare il cardiochirurgo e alla fine riesce a lavorare in un ospedale del cuore». Lo stesso concetto, in musica, diventava: «Io scriverò/ se vuoi perché cerco un mondo diverso/ con stelle al neon e un poco d’universo/ e mi sento un eroe a tempo perso». Alla sinistra di oggi manca uno così. Ciao Rino.

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Hai finito il tuo lavoro
hai tolto trucioli dalla scocca
è il tuo lavoro di catena
che curva a poco a poco la tua schiena
neanche un minuto per ogni auto
la catena è assai veloce
e il lavoro ti ha condotto
a odiare la 128
Ma alla fine settimana
il riposo ci fa bene
noi andremo senza pensieri
dagli amici a Moncalieri
. . . la millecento,la millecento . . .
Hai lasciato la catena
un bicchiere di vino buono
ti ridà tutto il calore
trovi la tua donna e fai l’amore
sei già pronto per partire
spegni tutte le luci di casa
metti il tuo abito migliore e pulito
lasci al gatto la carne per tre giorni
e insieme a una Torino abbandonata
trovi la tua macchina bruciata
. . . la millecento,la millecento,la millecento . . .

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