Bolivia in controtendenza, in pensione a 58 anni

Lo scorso fine settimana il Parlamento boliviano (col via libera del Senato dopo quello della Camera) ha approvato una riforma delle pensioni controcorrente. La “corrente fredda” del mondo occidentale è quella che tende ad aumentare l’età in cui i lavoratori possono andare in pensione. Da La Paz, invece, è arrivato un vento contrario: i boliviani potranno andare in pensione a 58 anni (dai 65 attuali), e le donne e i minatori a 56 anni.
La nuova legge – che il suo principale “ispiratore”, il presidente Evo Morales, promulgherà a metà gennaio – riporta inoltre sotto il controllo pubblico la previdenza, nazionalizzando le casse dei fondi pensione gestite privatamente da 13 anni a questa parte dalla spagnola BBVA e dalla svizzera Zürich Financial Services. Al via anche un fondo di solidarietà per assicurare pensioni minime a lavoratori autonomi o “emersi” dal nero: sarà finanziato, oltre che dallo Stato, con una quota del 3% dalle associazioni padronali e con una dello 0,5% dai lavoratori, e ne beneficerà chi avrà versato almeno 10 anni di contributi volontari. Le madri con più di tre figli, infine, potranno andare in pensione a 55 anni. Durante le consultazioni con le parti sociali, le imprese avevano chiesto di innalzare l’età pensionabile nel settore privato a 75 anni, ma i legislatori boliviani non sembrano aver preso sul serio la proposta.
La notizia è stata battuta dalle agenzie venerdì 3 dicembre. Quasi nelle stesse ore il Consiglio dei ministri spagnolo approvava un pacchetto di austerità che mescola privatizzazioni e tagli alla spesa sociale, e il governo di José Luis Zapatero ventilava una riforma delle pensioni con l’ipotesi di innalzare l’età da 65 a 67 anni: riforma che scatenerebbe, probabilmente, un nuovo movimento di protesta dopo le manifestazioni e gli scioperi che hanno portato centinaia di migliaia di spagnoli in piazza nei mesi scorsi. Se ne dovrebbe sapere di più a gennaio, lo stesso mese in cui Morales firmerà la sua legge. La concomitanza delle date, l’appartenenza a un medesimo, seppur vasto e contraddittorio schieramento, e il varo di misure antitetiche hanno innescato il dibattito globale, e il tifo, della Rete: la sinistra in giacca e cravatta di Zapatero aumenta l’età pensionabile, mentre la sinistra col maglione di lana di Morales l’abbassa e riporta le pensioni sotto il controllo dello Stato.
Per quanto riguarda la questione dell’età pensionabile, che Morales ha voluto abbassare (insieme all’importante misura che trasferisce nel pubblico la previdenza) rendendo felici i lavoratori boliviani, oltre alla visione del mondo e di come lo si debba governare contano però anche i dati e i fatti. Ad esempio che la speranza di vita dei boliviani non supera i 67 anni. Al confronto, l’aspettativa media di vita degli spagnoli è di 81 anni, (i giapponesi 82, i francesi 81, italiani e svedesi 80). Diminuire a 58 anni l’età pensionabile sembra una misura ragionevole, più che estremista, quando il tuo popolo non campa oltre i 67 anni. 
Un altro dato: l’età media dei boliviani è di 22,2 anni. Quella degli spagnoli: 40 anni (i brasiliani 29, i cileni 31, i francesi e gli inglesi 39, gli italiani 43, i tedeschi 44). Dei quasi 10 milioni di boliviani, solo il 4,5% ha più di 65 anni. La popolazione boliviana cresce a un ritmo dell’1,72% annuo. I boliviani sono insomma molto giovani e fanno figli: due dati che hanno sicuramente inciso sulla riforma Morales.
La forza lavoro boliviana (4 milioni e mezzo di persone) è occupata per il 40% nell’agricoltura, per il 17% nell’industria e per il 43% nei servizi. La popolazione sotto la soglia di povertà è al 60%.
Quando si parla di industria, in Bolivia, si parla soprattutto di miniere: i cunicoli del sottosuolo di Potosí, dove i mineros si calano alla ricerca di un po’ di rame (l’argento se lo portarono via gli spagnoli); oppure le cave a cielo aperto di mercurio, sale e altri minerali nel sud-ovest del paese, oppure ancora i giacimenti di gas e petrolio. Industrie dove lavorare logora e uccide. Quando si parla di agricoltura, si parla di coltivazione del tabacco, della coca e della quinua (il grano degli altipiani andini, il grano degli inca). Attività che i quechua del sud e gli aymará del nord non svolgono in condizioni tecnologicamente avanzate. Minore l’apporto tecnologico, maggiori lo sforzo e il logoramento dell’essere umano: non serve Einstein per questa equazione.
Se Evo Morales fosse il presidente di un popolo maturo (o senile), sano, longevo, hi-tech, altamente scolarizzato e impiegato perlopiù in professioni intellettuali (un popolo assai immaginario, in effetti); se la Bolivia fosse una specie di Silicon Valley sudamericana, forno di start up internettiane dove i lavoratori della conoscenza lavorassero con soddisfazione usando al massimo facoltà mentali corrugate da un unico cruccio (la prospettiva di dover essere, un giorno, pensionati), questa riforma sarebbe stata diversa. La Bolivia e i boliviani, però, non sono nulla del genere.  
Alcuni anni fa, durante un’escursione da Tupiza a Uyuni, sull’altopiano della Bolivia meridionale, Mario (guida e autista di quel viaggio) mi raccontò qualche frammento della sua vita. Aveva circa trent’anni. La mia stessa età. Ma ne dimostrava cinquanta. Era l’ultimo di 14 fratelli e sorelle, e l’unico sopravvissuto. Alcuni dei suoi fratelli erano morti alla nascita. Altri, delle più stupide e insulse (per noi occidentali) malattie. E per non aver mai incontrato un medico in vita loro. Ancora fatti e dati che danno ragione a Morales.
Fonte: Rassegna.it

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