Le professioni intellettuali danno i numeri

Il 26 novembre scorso è stato presentato a Roma lo studio elaborato dal CRESME (Centro Ricerche Economiche Sociali di Mercato per l’Edilizia e il Territorio) sul sistema ordinistico italiano dal titolo “Il valore sociale delle professioni intellettuali. I professionisti punto di riferimento per lo sviluppo del paese”.

La ricerca, commissionata dal CUP – Comitato Unitario delle Professioni, si caratterizza per il suo rigore scientifico e per l’approccio metodologico comparato.

Il risultato della ricerca è un elaborato di oltre 470 pagine che si compone di tre capitoli (l’ultimo dei quali contiene una pluralità di schede tematiche (27) per ciascuna categoria professionale, racchiuse in quattro macro aree: area giuridica, economico-sociale, sanitaria e tecnica) che fotografano un mondo, quale quello delle libere professioni, che rappresenta una preziosa risorsa per la crescita, lo sviluppo e l’innovazione del sistema paese.

Verrebbe da dire, finalmente un’analisi che sottolinea il valore sociale delle professioni intellettuali, troppo spesso etichettate come luogo in cui si pratica con insolenza e sfacciataggine lo sport dell’evasione fiscale.

La molteplicità delle informazioni raccolte costituisce una banca dati delle professioni, relativa all’ultimo decennio, che consente di comprendere realisticamente il grado di diffusione delle professioni ordinistiche italiane ed il ruolo che esse hanno assunto nel tessuto economico, sociale e culturale del paese.

Un database, quindi, che dà contezza del numero degli iscritti a tutti gli ordini professionali e alle rispettive casse previdenziali, della distribuzione territoriale dei professionisti a livello regionale o provinciale, del livello reddituale degli stessi, della capacità dei percorsi universitari di formare i futuri professionisti, del grado di inserimento occupazionale dei neo laureati.

Dalla ricerca affiora in modo inconfutabile il ruolo trainante che assume il mondo delle professione nell’economia del nostro paese sia in termini di fatturato, che in termini di occupazione.

Sulla base dei dati forniti dalle Casse previdenziali e dall’Agenzia delle Entrate è stato stimato in 195,8 miliardi di Euro il volume d’affari complessivo mosso dagli iscritti agli Ordini professionali, che rappresenta il 15,1% del PIL.

L’analisti dei costi medi forniti dall’Agenzia delle Entrate ha permesso di avanzare una ipotesi di stima anche sul valore aggiunto complessivo prodotto dai professionisti. Si tratta di circa 80 miliardi di Euro, pari al 6,1% del PIL regolare.

I dati raccolti presso i 27 ordini professionali consentono di definire anche il peso che le professioni intellettuali hanno sull’occupazione.

Ai 2 milioni e 108 mila professionisti, differentemente distribuiti tra le diverse aree di attività (973 mila nell’area sanitaria, 745 mila nell’are tecnica, 490 mila nell’area economico sociale e giuridica), si somma il numero dei lavoratori occupati nell’indotto, pari complessivamente a 2 milioni e 150 mila unità, di cui 1 milione di dipendenti degli studi professionali e i residui occupati nell’indotto cd allargato (servizi, macchinari e attrezzature ad uso degli studi professionali).

Nell’insieme, quindi, tra occupazione diretta e indotto, il bacino occupazionale delle professioni è stimato in oltre 4 milioni di posti di lavoro, pari al 15,9% dell’occupazione complessiva in Italia.

Inoltre, l’aumento del numero dei professionisti fa delle libere professioni un settore trainante dell’occupazione, con tassi di crescita diversificati tra le diverse aree.

Si è assistito negli ultimi dieci anni, infatti, ad un aumento progressivo del numero dei professionisti iscritti agli albi, con un tasso di crescita annuo medio del 3,4%.

L’area di attività che più di ogni altra ha visto ampliare il numero dei propri iscritti è quella economico sociale e giuridica con oltre il 31%. Più contenuto è stato invece l’aumento nell’area tecnica (22,6%) e nell’area sanitaria (14,1%), dove fa eccezione la professione dello psicologo, con un incremento dell’80% degli iscritti all’albo negli ultimi cinque anni.

Un aumento delle iscrizioni si registra anche tra i giornalisti (54%), gli architetti (37%) e
gli ingegneri (36%), diversamente da quanto accade tra periti agrari, in cui si assiste ad una contrazione delle iscrizioni del 16%.

Per quanto riguarda la distribuzione per età dei professionisti italiani iscritti agli albi, la ricerca condotta dal Cresme evidenzia che gli over 50 rappresentano il 32%, mentre solo il 9% degli iscritti ha meno di 30 anni. Raggiungono il 30% degli iscritti i professionisti con età compresa tra i 30 e 40 anni così come quelli tra i 40 e 50 anni.

La presenza giovanile è più consistente tra le professioni appartenenti all’area tecnica, in particolare tra i geometri, periti, agronomi e forestali.

Diversamente da quanto avviene nell’area sanitaria, dove si assiste ad un invecchiamento della professione medica con il 62% dei medici con più di 50 anni. Un’eccezione è rappresentata dalla professione di ostetrico con il 25% di iscritti all’albo con meno di 30 anni.

Anche le professioni appartenenti all’area economico sociale e giuridica si caratterizzano per una forte presenza di “meno giovani”. Tra i notai il 60% degli iscritti supera i 50 anni. Tra gli avvocati, secondo i dati della Cassa Nazionale Forense, il 42% degli iscritti ha una età compresa tra i 30 e 40 anni e solo il 2,8% non raggiunge la soglia dei 30 anni.

Un altro dato che emerge dall’analisi compiuta è rappresentato dal processo di femminilizzazione delle professioni, un fenomeno che accomuna tutte le libere professioni, anche se con alcune diversità.

Le donne rappresentano oramai il 45% degli iscritti tra le professioni appartenenti all’area economico sociale e giuridica. E’ del 30% la presenza femminile tra commercialisti e notai, anche se la componente rosa nella professione notarile è quasi raddoppiata negli ultimi venti anni.

Restano ancora ad appannaggio delle donne la professione dell’assistente sociale (93%) e quella dei consulenti del lavoro (53%).

Anche le professioni sanitarie non si sottraggono a questo processo di femminilizzazione.

La presenza femminile è in progressiva crescita non solo tra infermieri, psicologi e ostetriche, ma anche nella componente medica (chirurghi e veterinari) dove la quota delle donne ha raggiunto il 35-38%.

Ad eccezione dei biologi, dove le donne la fanno da padrone con il 74%, decisamente ridotta è la presenza femminile nelle professioni appartenenti all’area tecnica: 34% tra chimici e architetti, 13-18% tra agrotecnici, geologi e agronomi, 9% tra geometri e 2-7% tra  periti industriali e agrari.

Per quanto attiene alla distribuzione territoriale, il rapporto evidenzia che la regione dove maggiore è la presenza dei professionisti è la Lombardia con i suoi 303 mila iscritti, a cui segue il Lazio (236 mila), la Campania (200 mila) e la Sicilia (172 mila), anche se il Lazio è la regione dove, in proporzione alla popolazione, maggiore è il numero dei professionisti: 42 professionisti per ogni mille abitanti, al di sopra della media nazionale con 35 professionisti per ogni mille abitanti.

L’analisi, poi, evidenza per ciascuna delle singole aree professionali – economico giuridico sociale, sanitaria e tecnica – la diversa incidenza che le professioni hanno sul territorio in ragione delle specifiche condizioni del mercato locale.

Un focus particolare è dedicato, inoltre, al tema della formazione e dei percorsi formativi e al tema cruciale dell’inserimento occupazionale dei neo laureati.

La ricerca, analizzando le dinamiche studentesche, evidenzia drasticamente come la riforma dei percorsi universitari, apportata con D.M. n. 509 del 1999, e dell’esercizio professionale, avvenuta con D.P.R. n. 328 del 2001, non abbia prodotto né un incremento dei laureati, né un miglioramento nella qualità dell’offerta formativa, le cui cause sono da ascriversi all’abnorme moltiplicazione e frammentazione dei corsi di laurea, molti dei quali non in sintonia con le esigenze e i fabbisogni del mondo del lavoro.

I dati forniti da AlmaLaurea indicano che solo il 60% dei laureati di primo livello termina la specialistica, con un calo negli ultimi sei anni del 18%. Riduzione questa che riguarda anche il numero delle immatricolazioni che sono diminuite del 3,7%.

La mancata programmazione dei flussi universitari, che tenga conto delle reali esigenze del sistema produttivo, ha come effetto paradossale da un lato l’incapacità di soddisfare le richieste di molte aziende, alla ricerca di specifici profili professionali tecnici medio-alti, e dall’altro di inflazionare alcune professioni, dell’area giuridica, umanistica e politico-sociale, che il mercato non è in grado di assorbire.

Tali indicazioni trovano conferma negli alti tassi di disoccupazione, dopo cinque anni dalla laurea, per i neo laureati in giurisprudenza (7%), contro il 2,3% per gli ingegneri e l’1,6% per medici e odontoiatri.

L’esigenza che si avverte, oggi più che mai, è di dare maggiore corrispondenza tra il percorso di studio e il mondo del lavoro, per favorire una fase di transizione in cui vengano formate figure professionali che troveranno, poi, riscontro nelle aspettative del mercato.

La ricerca fornisce importanti indicazioni, avvalendosi anche dell’indagine compiuta da AlmaLaurea sulla Condizione Occupazionale dei Laureati, sull’inserimento occupazionale dei neo laureati e quindi sulla capacità di assorbimento da parte del mercato del lavoro dei giovani professionisti ad un anno dal conseguimento del titolo.

Per le professioni che ammettono laureati triennali (cd professionisti junior, per i quali è ammessa l’iscrizione in sezioni speciali degli albi, dopo il superamento di un esame di abilitazione) i tassi di disoccupazione più elevati riguardano le professioni tecniche come il biologo (35%) e il geologo (31%). Diversamente, il tasso di disoccupazione per gli ingegneri industriali e per i chimici si assesta rispettivamente al 15,3% e al 19,4%.

Nell’area sanitaria, dove il titolo di primo livello rappresenta il titolo di studio ultimo e davvero professionalizzante, il tasso di disoccupazione per infermieri e ostetriche, categorie queste sottodimensionate rispetto alle reali esigenze del sistema sanitario nazionale, non supera la soglia del 7%. Un discorso analogo vale per i tecnici di radiologia medica.

Sempre nell’area sanitaria un tasso elevato di disoccupazione riguarda gli psicologi con laurea triennale (21,7%).

Anche nell’area economico sociale si riscontrano tassi di disoccupazione elevati, come nel caso dei giovani assistenti sociali (24%).

I dati non sono confortanti neppure se si guarda al tasso di disoccupazione dei giovani professionisti che hanno conseguito la laurea di secondo livello.

I livelli più elevati di disoccupazione nell’area economico sociale e giuridica si registrano tra gli avvocati (33,3%), a cui seguono, a distanza, gli assistenti sociali (14,7%), i dottori commercialisti (13,9%) e i laureati in Scienze Economico Aziendali (13%). Decisamente più bassa è la disoccupazione tra i laureati in Scienze Attuariali (6%).

Nell’aera sanitaria le professioni che soffrono elevati tassi di disoccupazione sono gli psicologi (30%) e i veterinari (21,2%) a differenza di quanto avviene per i farmacisti e per i medici e odontoiatri, il cui tasso di disoccupazione  raggiunge rispettivamente l’8,8% e l’8%.

Passando alle professioni tecniche, quelle di biologo e geologo incontrano le maggiori difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro con tassi di disoccupazione rispettivamente del 25,3% e 19,6%. Lo stesso vale per agronomi e forestali, la cui disoccupazione ha raggiunto la soglia del 18,3%. Notevolmente inferiore rispetto alle medie è il tasso di disoccupazione di architetti (14,2%) e chimici (13,4%), ma soprattutto di ingegneri (7,6%).

Il rapporto Cresme presentato a Roma rappresenta, così, una prima raccolta esaustiva di dati, informazioni e notizie che fotografa il mondo delle professioni, che, con i suoi uomini e le sue donne, costituisce , al di là di quelle che sono le criticità strutturali del sistema, un fattore determinante nel processo di modernizzazione, di sviluppo, di innovazione e di semplificazione di un paese.

Dalla ricognizione compiuta emerge con forza il dato incontestabile che i professionisti, con le loro conoscenze, le loro competenze, con il loro patrimonio di esperienze e di specializzazioni, assolvono ad una funzione strategica sul piano sociale culturale ed economico, accreditandosi come il più grande “centro studi” del nostro paese, in grado di fornire ai cittadini, alle istituzioni pubbliche e alle imprese risposte adeguate alle loro esigenze, in uno scenario sempre più globalizzato e competitivo.

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