FIAT-Mirafiori, verso un modello "americano" di relazioni industriali?

Pesa e peserà come un macigno, l’accordo separato di Mirafiori. È la sostanza delle relazioni sindacali del nostro paese – una tradizione nobile, di grande civiltà, non un ferro vecchio –, che l’intesa ferisce in maniera profonda. Quale sia la ferita, la Fiom – e non diversamente la Cgil – lo hanno sottolineato subito: la decisione che la newco Fiat-Chrysler riconoscerà solo le organizzazioni firmatarie, tagliando fuori, quindi, i metalmeccanici della Cgil.

“Un imbarbarimento dei rapporti – ha dichiarato a caldo il segretario generale della Fiom Maurizio Landini –. Inaccettabile, davvero inaccettabile che si voglia impedire a un sindacato, alla Fiom, di rappresentare i lavoratori che la votano”.

“La realizzazione di un intento coltivato fin dall’inizio – gli fa eco Vincenzo Scudiere, segretario confederale Cgil, parlandone con Rassegna.it –: costruire relazioni su misura dell’azienda, escludendo chi vuol discutere, confrontarsi, contrattare”.

Un punto decisivo, dunque, una lesione del principio democratico, oltre che del quadro consolidato di rapporti tra sindacato e imprese, che può ripercuotersi su altre realtà e mettere in forse quel paziente lavoro di tessitura, fatto di oltre sessanta contratti collettivi nazionali di lavoro e migliaia di accordi aziendali – ci ricorda ancora Scudiere – che hanno permesso finora, nonostante l’assoluta assenza del governo, di fronteggiare una crisi devastante.

Ci torneremo nei prossimi giorni: proveremo ad approfondire le questioni sopra accennate, a meglio delineare gli scenari che dopo il 23 dicembre si aprono. Vale la pena però avanzare fin d’ora, molto sommessamente, un piccolo dubbio: e se tutto questo non bastasse? Se l’accordo, il prezzo richiesto, la cecità di chi l’ha firmato si rivelassero poi del tutto inutili? Un dubbio senza senso, una provocazione?

“Mirafiori tira un sospiro di sollievo”, recitava il giornale radio Rai, la sera del 23, dando notizia dell’intesa; con un incipit che meglio non si sarebbe potuto trovare per riportarci di nuovo alla realtà, capovolta, costruita intorno all’intera vicenda: “O così, o si fa come dico io, o sennò…”. Un ricatto bello e buono, quello di Marchionne, in cui chi dice di no – e prima del no prova pazientemente a discutere – diventa responsabile del destino dello stabilimento; e a cui i lavoratori, in seconda battuta, sono chiamati a dire di sì (il referendum), altrimenti la giornata dovranno guadagnarsela altrove.

Detto questo, però, e torniamo al dubbio del quale parlavamo sopra: e se non servisse a nulla? Se lo scambio “americano” tra diritti e occupazione, accettato da Fim e Uilm per non parlare della Fismic, alla fine fosse inutile? La Fiom, la Cgil, qualche commentatore meno (provincialmente) attratto dal manager salvatutto il problema in realtà l’hanno già posto, e non da ieri. Dov’è il piano industriale della Fiat? Qual è la verità di Fabbrica Italia? Uno slogan semplice semplice e per questo di grande effetto; ma la sostanza? Il dubbio, alla luce del poco o niente che si sa, è che nell’economia dei vasi comunicanti – si va dove più debole è il lavoro – Mirafiori possa essere solo una stazione. E che il treno tirato da una competizione giocata sempre più al ribasso, sia diretto comunque altrove.

Fonte: Rassegna.it

TESTO ACCORDO FIAT-MIRAFIORI 2010

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